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Du Armer! Daniele Giglioli sulle pagine del Neue Zurcher Zeitung

in notizie nottetempo 16/06/2017

Du Armer!

 Intervento di Daniele Giglioli apparso sulle pagine del Neue Zurcher Zeitung (qui l'articolo originale).

La difesa dei poveri. Degli esclusi. Degli ultimi. Degli umili, perfino. Di quelli che non ce la fanno. Dei perdenti della globalizzazione. Quante volte abbiamo sentito espressioni simili nei dibattiti politici, negli articoli di giornale, nelle interviste? Che un simile immaginario pauperista torni a galla in un’epoca in cui la disuguaglianza economica, sociale e culturale è tornata a livelli inimmaginabili per tutto il corso del ventesimo secolo, non costituisce di per sé motivo di stupore. Che la diseguaglianza sia un argomento agenda setting è naturale e auspicabile. Ciò che desta perplessità e allarme è però quello che il filosofo francese Louis Althusser avrebbe chiamato “l’impensato” di una scelta terminologica come questa: le implicazioni profonde, le connotazioni implicite, il modo in cui la realtà viene ritagliata, incorniciata e concettualizzata. Implicazioni profondamente antimoderne, incentrate più sul rovello morale di chi assiste al fenomeno – che peccato che ci siano tanti poveri! è una cosa che fa male al cuore – che sull’empowerment di coloro cui viene negato il diritto di uscire dalla povertà se non grazie alla buona coscienza di coloro che vorrebbero farsene paladini. Ridotti a oggetto di cura, di sollecitudine, di commozione, coloro che vengono chiamati poveri sono destituiti di qualunque posizione soggettiva. L’unica vera soggettività è quella di chi soffre per loro. Ai poveri non rimane che confidare nei loro difensori.

Nulla di più antimoderno. Nella modernità, si credeva che i poveri avessero non solo il diritto ma la forza di difendersi e di emanciparsi da sé. E infatti per un paio di secoli si era smesso di chiamarli poveri. Il moderno nome d’arte del povero era “proletario”. “Povero” è una descrizione, uno stato di fatto, e insieme uno stato d’animo. “Proletario” era un programma politico, una maniera non solo di interpretare la realtà ma di cambiarla. Ma a cambiarla non sarebbe dovuto essere qualcun altro al posto loro, ma loro stessi. “Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra forza”, recitava l’occhiello de L’Ordine nuovo, il giornale fondato da Antonio Gramsci a Torino. Una che frase merita di essere analizzata al rallentatore. Organizzatevi, in primo luogo: partite da voi, prendete voi stessi in mano il vostro destino, e insieme il destino di un intero mondo che sempre Gramsci, in una lettera famosa, aveva definito “grande e terribile”. I destini non solo vostri ma di tutti dipendono dai voi. Siamo noi ad avere bisogno di voi, prosegue infatti l’occhiello. Non viceversa. Perché voi siete la forza, non la debolezza, il che fa del vostro diritto un diritto in primo luogo ad agire, non a ricevere (sollievo, aiuto, comprensione, “misure contro la povertà”). Un diritto che si trasforma tra l’altro in un dovere. Altro che ultimi, altro che umili. Dannati della terra, sì, ma in piedi, recitava un antico inno. Da oggetto a soggetto, dalla passività all’attività. Si poteva non essere d’accordo con le analisi e le proposte politiche di Gramsci. Ma nessuno, nel ventesimo secolo, tanto nelle democrazie liberali quanto nei regimi totalitari, avrebbe mai potuto sognarsi di mettere in discussione questa ontologia base della soggettività, almeno in linea di principio (anche se magari disattendendola nella pratica, perché la realtà è sempre più complessa, “rugosa”, diceva Rimbaud, della teoria). Se la parola post-moderno ha un senso, è in primo luogo in questo rovesciamento di paradigma. All’ingiunzione tipicamente moderna, “puoi”, ha dato il cambio un comandamento non meno imperativo: “non puoi”, non puoi nulla, al massimo sarò io che posso fare qualcosa per te, se mi va e se ci riesco, e solo perché tu non mi crei troppi problemi (scrupoli di coscienza, delinquenza, degrado urbano, cattivo odore, migrazioni incontrollate…). Non ti sarà più concesso l’accesso ai pronomi di prima persona (io/noi), e dovrai accontentarti di restare quando va male in quelli di terza (lui/loro, i poveri), quando va bene in quelli di seconda (tu/voi, prendete questo, venite qui).

Dal proletario al povero, dunque. Un regresso evidente, e non solo per ragioni teoriche. Uno sguardo anche superficiale alla storia degli ultimi due secoli non potrà che mostrare che la forbice della disuguaglianza non si è mai ridotta come quando i poveri si sono organizzati come soggetto. La benevolenza dei ceti abbienti e delle classi dirigenti non gli è mai servita a nulla. Un regresso in primo luogo materiale, dunque, di cui è spia il ritorno a un immaginario archetipo, in materia di povertà, tipicamente polarizzato in due vasi non comunicanti: il povero benefico e il povero malefico. Da una parte il mendicante che ti benedice, gli occhi spaventati dei bambini sui barconi al largo del Mediterraneo, la situazione “adorabile”, diceva un grande alimentatore di equivoci come Pier Paolo Pasolini, di chi non sa di avere dei diritti. Dall’altra il delinquente, lo spostato, il balordo, l’immigrato invasore, lo scippatore, l’alcolista, l’asociale, quello che non vuole integrarsi e non ha voglia di lavorare. È perfettamente possibile che nella mente della stessa persona media convivano senza troppi problemi le due immagini: il proprio dell’ideologia è rendere coerente ciò che nella realtà coerente non è. La commozione e la paura, la solidarietà e lo schifo. I poveri sono buoni e sorridenti. I poveri imprecano, puzzano e rubacchiano. L’unica cerniera tra questi due emisferi della sensibilità, se non proprio del cervello, può in genere essere individuata in enunciati come questi: uno li aiuta volentieri, basta però che non lo pretendano, perché allora invece che dalla parte della ragione (il povero buono ha sempre ragione per definizione, non importa se poi a casa picchia moglie e figli) passano alla parte del torto (il torto essendo appunto quello di pretendere come diritto ciò che invece spetta loro soltanto come dono).

Un suggerimento per uscire da questa impasse potrebbe venirci allora dalla grande narrativa realistica dell’Ottocento, quando per la prima volta le grandi masse popolare divennero non solo oggetto ma soggetto di rappresentazione. Autori come Hugo, Balzac, Dickens, Dostoevskij, Zola, erano stati perfettamente in grado di mostrare come le due facce del povero non fossero in realtà che una: la piccola fiammiferaia e il forzato che ti taglia la gola (e che magari non è altro che il padre della fiammiferaia su cui ti sei intenerito). Non che non fossero animati anche loro da sinceri sentimenti umanitari, più che da ambizioni di riscatto politico. Ma la loro grandezza artistica consisteva appunto nel far vedere come le stesse condizioni sociali producessero insieme la tenerezza e l’abiezione, la bontà e il delitto, i buoni sentimenti e l’alcolismo. Nessun lettore della NZZ sopravvivrebbe una settimana nei bassifondi della Londra di Dickens, e non a caso la figura del povero chiama sempre irresistibilmente in causa il suo antidoto, e cioè il poliziotto con il manganello, come si vede in tanti film di Chaplin. Quando poi sono i poveri stessi ad invocare “più sicurezza” (più poliziotti, meno garanzie) il trionfo dell’ideologia è completo. Almeno i veri gaglioffi sapevano che la polizia è sempre contro di loro.

Ma la questione vera, di cui le parole sono spia, è quella dell’agency, della possibilità di agire. Solo un ritorno alla fiducia nell’azione potrebbe ri-rovesciare il paradigma. Pur con tutte le critiche che è necessario rivolgere loro, non c’è dubbio che i movimenti populisti europei e americani, al netto del loro inevitabile vittimismo, abbiano rimesso al centro dell’agenda politica l’idea di una presa di parola e di responsabilità. Dietro ogni populismo c’è sempre uno Yes, we can (e ce n’era parecchio in fondo anche in Obama,il quale sapeva meglio di tanti altri che in realtà non poteva granché). La domanda allora, l’unica che valga davvero porsi, è come è sempre stata: noi chi? Le risposte potranno variare all’infinito. Quello che è certo è che “noi poveri” non lo risponderà mai nessuno. E non a caso. È ben per questo che sono stati chiamati così.